A cura di Tiziana Felicioni

La comunicazione ai genitori che il proprio figlio è affetto da emofilia è un compito impegnativo e dolorosissimo per un medico capace di empatia. Immaginatevi il caso di un genitore a cui arrivi questa notizia per e-mail, attraverso un computer o, circostanza persino più disumana, egli venga ricevuto da un medico freddo, un burocrate della salute che sta lì sì a fare il proprio dovere e, magari, lo fa pure bene, ma non mostri di provare alcuna forma di compassione.

“Compassione” è una parola sgarbata. In una società votata al piacere e al benessere, essa suona persino scandalosa, perché è scomodo pensare che si accetti di soffrire per l’altro, “assieme” all’altro, come il termine etimologicamente ci suggerisce. Invece, qui si chiede al medico un gesto di “carità”, anche se di tipo semplicemente laico: non “fare la carità” ma mostrare che l’altro “ti è caro”, ti sta a cuore.

A ogni genitore nulla sta più a cuore del proprio bambino. Quindi, quando viene toccato il bambino, si provoca una ferita nella carne stessa del genitore. Il medico è purtroppo chiamato a fare questo tipo di intervento: la diagnosi di emofilia del bambino è la lama di un bisturi che apre una ferita nel genitore, ma non per lasciarvi uno squarcio lì a sanguinare e a marcire, bensì per poi compiervi un intervento. La verità è una lama tagliente la cui messa in opera deve essere solo il punto di partenza per dare risposta a tutti gli interrogativi possibili: non pensiate che il compito del medico si esaurisca nel procurare una ferita chirurgica, nel formulare cioè la diagnosi.

Infatti, la diagnosi da sé sola suona come una condanna. Essa è una breccia che il medico apre rompendo uno stato di continuità nel tessuto di una famiglia per entrarvi dentro lui stesso, ospite inatteso e importuno. Questa irruzione deve essere spiegata e giustificata: il medico non è un fattorino latore di una cattiva notizia, bensì una persona esperta ma partecipe, e qui ritorniamo al concetto di “compassione” di cui sopra.

“Perché proprio a noi?”, “Morirà?”, “Che vita può spettare a mio figlio?”, “È colpa nostra?”, “Perché piuttosto che a lui, non a me?”, “Cosa mai possiamo fare?”; sono questi gli interrogativi che fiottano dalla ferita. Chi riesce a percepire queste domande dei genitori come se fosse lui stesso a rivolgersele, allora è già ben dentro il problema, lo sente e lo tocca con mano perché è penetrato nella ferità: sente e soffre con l’altro.

Niente, secondo me, cambia la percezione della vita di una persona così come il dolore. In una società che apparentemente progredisce ma che, di fatto, langue negli stessi annosi problemi dell’ineguaglianza e della povertà per fare solo un esempio, forse la ragione sta proprio nel non volersi confrontare con il mistero del dolore e del male che lo procura. Viceversa il medico, che presiede un avamposto privilegiato nell’affrontare il male, se accetta di non vedere il dolore come una mera conseguenza clinica di uno stato di malattia ma, piuttosto, come una condizione purtroppo ineluttabile di ogni essere vivente, si trova in una delle condizioni migliori per poter cambiare lui stesso in meglio e, dunque, per poter aiutare i suoi pazienti a trarre dall’esperienza del dolore la spinta per cambiare, lottare e dimostrare che la vita è una esperienza meravigliosa appunto perché, in ragione di essa, noi reagiamo al male che ci colpisce.

Non esiste solo il male e, ammettiamolo, non esiste solo la medicina né solo la psicologia. Esiste una sola richiesta di senso che viene formulata in tutte le lingue possibili e alla quale il sapere medico dà solo il suo tipo di risposta. Se il medico riflette sul fatto che le risposte, gli incoraggiamenti e i consigli che il paziente gli chiede sono i medesimi che lui pure vorrebbe avere al suo posto, è già calato nel ruolo che professionalmente gli compete. Saprà accogliere due infelici genitori e seguirli per tutto il loro peregrinare perché, quello loro, è in fondo il suo stesso ed universale bisogno di senso.

Quel bambino è stato concepito così e non c’è nulla di sbagliato né di imperfetto in tutto questo. Non ci sono colpe, tutti siamo imperfetti e chiunque ha sbagliato, nella vita. Il senso è questo qui. Il male esiste e il dolore che esso ci procura è solo un punto interrogativo che spinge ad interrogarci su come noi siamo, su cosa il bene sia e su come far sì che, tutto malgrado, quel bambino stia bene e possa vivere felice, perché è amato da persone che non sono diverse affatto da lui dato che, come lui, soffrono, sperano e stanno assieme lottando.

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